LETTERE D’AMORE

 

Le lettere d’amore occupano da sempre un posto molto particolare: infatti, già nel passato venivano utilizzate dagli uomini come mezzo per accedere al cuore della donna amata ed era tradizione corteggiarle appunto attraverso gli scritti.

Questo mezzo è utilizzato anche al giorno d’oggi perché offre tutti i vantaggi della parola scritta, dando la possibilità di esprimere sentimenti o emozioni che a voce, per timidezza o per paura, non si riuscirebbero a dire.

Scrivere almeno una volta una lettera d’amore è un’esperienza che accomuna uomini e donne di tutto il mondo e di tutte le età; forse proprio per questo motivo, esse si sono adattate a tutte le epoche e ad ogni mezzo tecnico. Oggi le lettere d’amore viaggiano sempre più frequentemente sulla posta elettronica.

Talvolta, però, le lettere d’amore vengono scritte senza un concreto obiettivo comunicativo. Chi scrive non pensa affatto di farle pervenire al destinatario, forse del tutto ignaro della passione che ha scatenato. In questi casi la lettera d’amore ha una funzione di tipo espressivo: "liberare" il cuore dagli affanni, provare sollievo nello sfogo, concedersi uno spazio di creatività. È proprio per questo la lettera d’amore è una lettera informale, che non tollera regole costrittive, proprio come la poesia.

Data l’emozione che spesso queste lettere suscitano anche nel lettore estraneo alle vicende, in qualche caso esse sono state raccolte, pubblicate e lette con piacere da un pubblico vasto.

 

 

Lettere al primo amore

 

 

Questo libro raccoglie le 82 migliori lettere partecipanti ad un concorso letterario promosso nel 1995. Ognuna di esse tratta l'esperienza più bella, più profonda e più diffusa tra gli uomini: il primo amore.

In questa raccolta si parla di primo amore in senso molto ampio: lettere di passione, di ringraziamento o di pentimento; genitori che scrivono ai loro figli riflettendo sul passato e sul loro rapporto, figli che scrivono ai genitori chiedendo perdono. Il solo denominatore comune è la forza passionale del sentimento, che si può provare ad ogni età. Forse proprio per sottolineare quest’aspetto, la raccolta è suddivisa in due parti: la sezione giovani e la sezione adulti. Non è tanto la diversità di sentimenti che differenzia le due sezioni, quanto i toni e i registri utilizzati, sempre molto vari e unici, ma comunque legati alla propria età e all’epoca in cui si vive.

Riportiamo qui una delle lettere pubblicate:

 

Mio dolcissimo Quattr’occhi,

ricordi? Io avevo due grandi occhioni verdi, un mucchio di lentiggini sul naso e delle ciocche ribelli ramate, che mia madre cercava disperatamente di raccogliere in una improbabile coda di cavallo. Mi chiamavano Pel di Carota, io mi offendevo terribilmente e mi rifugiavo sotto il grande salice nel giardino dell’asilo. Me ne stavo lì ad ascoltare il vento sibilare tra i rami. Accadde così anche quel giorno. Corsi in lacrime verso il mio albero e ti trovai rannicchiato accanto al tronco nodoso. "Tutti mi prendono in giro perché porto gli occhiali", mi dicesti, e intanto dei grandi lacrimoni ti scendevano giù per le guance paffute. Fu l’inizio di una bellissima amicizia. Per le suore eravamo due monellacci ed era bellissimo finire in castigo insieme. Eravamo una coppia indistruttibile, abbiamo preso contemporaneamente persino le malattie infettive. Il pomeriggio, subito dopo l’asilo, guardavamo i cartoni animati, facevamo merenda e giocavamo ai "grandi". Eravamo magici. Poi è successo qualcosa, senza che ce ne rendessimo conto. Non mi ero mai posta il problema che io fossi una bimba e tu un bimbo, forse perché io non sopportavo le bambole e tu odiavi le macchinine. Insomma, eri lontano anni luce dall’ingenua immagine di maschio che poteva avere una bambina di cinque anni. Eppure quando ti stavo vicina mi sentivo strana. Mentre ti guardavo inzuppare i biscotti nel latte, sentivo le guance bruciare, le mani iniziavano a sudare e il cuore batteva forte come quello di un canarino. Finché un giorno… eravamo nella tua cameretta e tu mi hai messo una mano tra i capelli: "A me piacciono anche se sono arancioni", hai balbettato. Il mio piccolo muscolo cardiaco stava per scappare fuori dal mio corpicino… Scappai via senza dirti una parola, arrivata a casa mi precipitai in bagno, ma ormai era troppo tardi. L’emozione era stata incredibilmente forte… insomma, me l’ero fatta addosso. Da allora venivo presa dal terrore ogni volta che mi capitavi attorno. Era imbarazzante non riuscire a nascondere il rossore e l’affanno. L’amore era una faccenda da grandi, a noi tutte quelle moine tra innamorati sembravano ridicole. Passavamo le ore spiando tua sorella e il suo ragazzo dal buco della serratura . "Io quelle cose non le farò mai" giuravo solennemente. Eppure ci amavamo, a modo nostro, ma ci amavamo. A noi bastava costruire una pista nella sabbia e giocare a biglie fino al tramonto per essere felici; sgattaiolare in cucina e rubare i frollini al burro, quella era la nostra più segreta perversione. Eravamo speciali: due boccioli nati su un tenero ramoscello, destinati a vivere e morire insieme, alimentati dalla stessa linfa… bastava poco perché le nostre corolle si schiudessero, lasciando accarezzare i loro petali vellutati dai raggi di sole e dalle gocce di rugiada, ma un alito di vento ha reciso quel ramo. Si è spezzato senza fare rumore, la natura dormiva e nessuno se n’è accorto… nessuno tranne il mio cuore. Te ne sei andato all’improvviso. Che confusione quel mattino all’asilo. C’erano tutti: genitori, suore, insegnanti. Ti cercavo per le aule: "Dov’è Enrico?", chiesi alla maestra. Lei mi accarezzò i capelli, sorrise: "Enrico non c’è più, è morto". Ti ho odiato. Avevamo fatto un patto: insieme per sempre, nessuno ci avrebbe mai diviso… La leucemia ti ha portato via. Pensavo fosse una delle solite malattie, ero sicura che me l’avessi attaccata come era capitato con il morbillo e che sarei morta anche io. Ma i giorni passavano e io vivevo. Non versai una lacrima al tuo funerale. Tutti gli altri piangevano, persino la Madre Superiora che ti metteva sempre in castigo. Non riuscivo a capire perché le lacrime facessero così fatica ad annegarmi gli occhi. Non è necessario che una persona viva a lungo perché lasci un segno indelebile nel cuore di chi la ama. Ieri abbiamo traslocato nella nuova casa. In fondo all’armadio ho trovato una scatola di cartone. L’ho aperta… le biglie: una blu e una rosa. Le ho prese e le ho sotterrate sotto il grande salice.

Per sempre

Pel di Carota

 

torna all'introduzione