DUE DI DUE

Due di due di Andrea De Carlo, pubblicato nel 1975, è un valido esempio di best seller della letteratura italiana contemporanea. Siamo alla fine degli anni ‘70, nel periodo della rivoluzione studentesca: è qui, in un ambiente in cui tutti i valori culturali sono rimessi in discussione, che si cementa l’amicizia tra Mario e Guido.

In questo romanzo la lettera è un mezzo fondamentale per far rinascere uno splendido rapporto nato sui banchi di scuola. Due amici, in due continenti diversi; sembra che nulla possa riavvicinarli e invece ecco che una lettera sistema le cose...

 

"...Lui ha scritto ancora, e da quel momento ci ha mandato una lettera al mese o anche più spesso, a seconda di dove viveva e quali erano i suoi orari. Abbiamo cominciato ad aspettarle come i capitoli di un racconto a puntate: ansiosi di far entrare i loro ritmi imprevedibili nel ritmo lento e regolare della nostra vita. Anche Chiara e Werner che non avevano mai incontrato Guido provavano lo stesso interesse mio e di Martina, gli stessi trasferimenti di emozioni ogni volta che il postino arrivava su per la strada. Mese dopo mese l’idea di avere un piccolo pubblico affezionato ha incoraggiato Guido ad andare oltre, come lo sguardo degli spettatori può incoraggiare un camminatore sul filo. Le sue lettere hanno cominciato ad aprirsi, includerlo nel quadro in modo sempre meno vago; sempre più simili a pagine di un diario che a capitoli di un racconto. Ma era un diario scritto per essere letto; le continue cancellature e correzioni tra le righe lasciavano capire quanto poco casuale era il suo stile..."

"...Grazie alle sue lettere mi sembrava di poter decifrare i suoi pensieri meglio che in passato, seguire la formazione dei modi di fare che non ero mai riuscito a capire del tutto. Il suo umore non conosceva registri intermedi: lo sbalzava di continuo dall’entusiasmo alla depressione, influenzato a volte da semplici variazioni nella luce o nella temperatura, dai colori o le forme di un ambiente. Era ingenuo, anche, molto più di come mi ero immaginato: spesso si lasciava sedurre dall’aspetto di una persona o dal suono di una parola, solo più tardi riusciva vederli in prospettiva. Scriveva per esempio di aver conosciuto una ragazza straordinaria che poteva diventare per lui quello che Martina era per me, un mese più tardi faceva un elenco feroce dei difetti che era riuscito a identificare in lei, parlava della loro storia come di un episodio patetico. Mi capitava di identificarmi con lui, dalla mia posizione così protetta, vedere le sue lettere come proiezioni di una parte di me che per paura e mancanza di talento non avevo mai sviluppato..."

"...Io e Martina e Chiara e Werner ci stupivamo che Guido continuasse a trovare il tempo e la voglia di scriverci; ogni volta che ricevevamo una sua busta avevamo paura che fosse l’ultima. Vista dal nostro tepore domestico le sue lettere erano a volte difficili da capire, ci facevano sentire simili ai personaggi della frontiera australiana che lui e Laurie ormai detestavano allo stesso modo, adagiati in una vita troppo semplice e ripetitiva. Poi uno di noi trovava un’assonanza inaspettata tra le righe, e d’improvviso si sentiva portar via, pieno di desideri mobili, imprevedibilità e stupore. Guido aveva rinunciato ormai ad ogni reticenza quando scriveva: sembrava che cercasse solo di registrare dati e spedirceli perché li potessimo studiare in condizioni più favorevoli delle sue. Le lettere di Guido sono diventate brevi: poche righe scritte in fretta e infilate in un busta prima di risalire in macchina. Il giorno di Natale ci hanno scritto insieme una lettera da Ipswich, con frasi di auguri e commenti nelle loro due calligrafie nervose, ed è stata l’ultima. Io e Martina e Chiara e Werner abbiamo aspettato, ma non è più arrivato niente. Cercavamo di immaginare i motivi di questo vuoto di informazioni; gli sviluppi possibili del loro viaggio di ritorno. Martina ha detto che era come andare al cinema e vedersi spegnere il proiettore a metà film: avevamo lo stesso genere di emozioni interrotte..."

"...Quando ho finito di leggere mi sembrava che fiamma ossidrica avesse bucato lo strato protettivo della mia esistenza tranquilla, per lasciar passare un fiotto di luci agghiaccianti e stridori di metallo e relazioni angosciose che pensavo di essermi dimenticato da anni. Ero stupito dall’intensità con cui Guido era riuscito a ricreare in Australia l’atmosfera di Milano; da come il suo talento che pensavo destinato a disperdersi in scritti brevi ed evanescenti si fosse fissato in quasi duecento fogli di un’ unica storia. Intagliava personaggi e situazioni in modo ancora più efficace delle sue lettere o dei racconti che avevo letto al liceo; le sue descrizioni di luoghi avevano a volte una forza quasi intollerabile. Nello stesso tempo non era un lavoro del tutto compiuto: c’erano motivi accennati e quasi subito abbandonati, inizi di discorsi complessi fatti sparire nel ritmo rapido del racconto..."

 

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